SIAMO CREATURE SERIALI

Il Manifesto di Sono Cose Serie

Sono le undici e mezza, l’episodio è finito e il prossimo è già partito. Domani si lavora, ma ne guardiamo un altro; e ci piace.

Ci piace perché la vita stessa è fatta a puntate: sveglia, lavoro, pranzo, lavoro, cena, notte, e il giorno dopo esce un nuovo episodio della stessa serie. La notte è l’intervallo fra due puntate; ci si addormenta lasciando a metà la nostra vita e al mattino si riprende dall’ultimo grattacapo.

La parola serie viene dal latino serere, che vuol dire infilare, intrecciare, come si fa con una collana: elementi dello stesso genere, uno dopo l’altro, e un filo che li attraversa tutti e li tiene insieme. Siamo fatti così e da sempre raccontiamo un po’ alla volta: l’aedo cantava l’Iliade una sera per volta, Sherazade si è salvata la vita interrompendosi per mille notti, Dickens usciva a fascicoli, Topolino esce ogni mercoledì da più di sessant’anni e ogni canzone torna al ritornello. Il bambino che chiede «e poi?» sta chiedendo una serie, e la sta chiedendo anche quello che dice «ancora» e vuole la stessa favola con le stesse parole: una serie vive di storie che continuano e di storie che tornano.

Una forma così intrecciata con l’essere umani che merita cura. Per molto tempo è stata trattata in due modi: c’era chi la snobbava come un passatempo da poco e chi la consumava senza farsi domande. C’è però una terza via, ed è prenderla sul serio: studiarne i meccanismi con la stessa attenzione che si dà a qualsiasi altra forma l’arte possa assumere.

Le storie condivise da una generazione, che le ha viste in televisione, le ha comprate in edicola e in libreria o le ha ascoltate in cuffia, quella generazione la raccontano. E in parte l’hanno formata. I personaggi con cui passiamo anni ci cambiano; alcune storie ci consolano e altre ci lasciano domande. È l’intervallo fra un capitolo e l’altro è già una parte del racconto. Una forma così si appoggia a ciò che ci accompagna da quando esistiamo come specie: il ritmo dei giorni, il ripetersi delle abitudini, l’attesa, il bisogno di sapere come va a finire. Per questo ha su di noi un’influenza fortissima.

Quest’influenza si può studiare: la serialità ha le sue tecniche, come il verso ha la sua metrica, e chi conosce quelle tecniche le storie se le gode ancora di più. Le stesse tecniche, una volta comprese, permettono anche di accorgersi quando qualcuno vuole fare il furbetto usandole per manovrarci, perché un’influenza del genere è potere: chi le controlla ha in mano l’attenzione, le abitudini e le idee di molte persone. Il primo passo è accorgersene; il secondo è creare una cultura della serialità abbastanza diffusa da mantenere la scelta nelle nostre mani. 

È quella che vogliamo costruire insieme.

Da qui i nostri principi:

  1. La serialità è una forma umana: siamo creature seriali.
  2. Le storie seriali sono cultura: raccontano chi siamo e ci formano.
  3. La serialità viene considerata un’espressione della cultura popolare, quella ritenuta di “serie B”. Ma la cultura è unica, che sia popolare o meno, e la forma seriale la attraversa tutta, in qualsiasi mezzo.
  4. Studiamo la serialità con la stessa attenzione che si dà a qualsiasi altra forma l’arte possa assumere e con la cura che si deve alle cose che si amano.
  5. La serialità ha tecniche proprie e si possono imparare: vogliamo conoscerle, capirne il senso profondo e riconoscerne l’effetto che hanno su di noi.
  6. Ogni serie va prima descritta e poi giudicata; il giudizio è personale, riguarda l’opera e mai chi la segue.
  7. L’influenza della serialità è un potere: chi la esercita ha in mano attenzione, abitudini e idee di molti, e solo chi la conosce resta libero.
  8. Difendiamo la serialità partendo da osservazioni oggettive e da fonti verificabili. Quando un’opera è fatta male o usa la serialità per manovrarci, lo diciamo senza crociate: anche in una stroncatura preferiamo essere costruttivi.
  9. Impariamo gli uni dagli altri e ciò che impariamo lo condividiamo: la conoscenza della serialità rende liberi solo se è di tutti.

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