Batman – The Dark Knight Rises

Batman: the dark knight rises - La recensioneTutto comincia dall’attesa.

L’attesa da parte di chi ha goduto delle prime due pellicole, in fibrillazione per sapere dove Christopher Nolan e tutta la sua squadra ci spingeranno questa volta.
L’attesa da parte di chi è terribilmente curioso di sapere cosa significa la parola fine per Nolan.

L’attesa per gli appassionati del fumetto, ansiosi di vedere se ancora una volta i tradimenti (filologicamente parlando) di Nolan ci regaleranno un pipistrello grandioso.

Batman #497 - Image curtesy of DC Comics. All Rights Reserved. 	E infine l’attesa per chi lesse la saga di Knightfall, la sconvolgente serie che fece tremare le bat-testate negli anni novanta spezzando Batman in due sul ginocchio di Bane. Quanto di questa sconvolgente serie, potente e adrenalinica anche riletta oggi, vedremo sullo schermo? Quanto quel Bane, personaggio enorme, e non solo per via della sua massa muscolare e le inoculazioni di Venom (sostanza ben nota ai videogiocatori della saga di Arkham del pipistrellone) e poi scivolato in ruoli secondari verrà restituito sulla pellicola?

Grandi aspettative, grande attesa per quella che ad oggi si è rivelata la saga supereroistica più adulta del panorama cinematografico.

Alla fine di una visione che l’orologio vi dichiara lunga ma che tutti i vostri sensi recepiscono come un “Oh no! È già finito?“, carichi di adrenalina e postumi d’ansia, difficilmente si provano dei dubbi: le aspettative, una volta tanto, sono state superate.

The Dark Knight Rises - Curtesy of Warner Bros. All Rights Reserved. 	La domanda canonica, che ci si fa e che si subisce sulla visione di questo Batman è: è meglio del secondo? È allo stesso livello?
Partecipare all’esperienza di questa pellicola vi pone immediatamente ad un livello di consapevolezza che annulla e resetta la domanda. Non c’è più un meglio o un peggio. Persino Batman Begins, per i più (noi inclusi) il più debole del precedente dittico, viene improvvisamente risollevato.
Perchè il risultato di Batman Rises è di aver trasformato la trilogia in un unicum, un affresco unico in cui ogni singola parte è un fondamentale, un elemento non solo utile, ma necessario alla costruzione di una pietra miliare nel cinema supereoistico (e non solo).

Riprendendo la curiosità di sapere cosa significa la parola fine per uno come Nolan, possiamo dirvi che significa epica, potenza, profondità e grande lucidità. Significa tirare le fila e rimettere insieme elementi ovviamente connessi a dettagli che diventano inaspettatamente ingranaggi di una macchina ad orologeria, sofisticata tanto quanto affascinante.

Nolan non tradisce i suoi standard facendoci confrontare con una trama ed una sceneggiatura complessa, come suo solito in un accezione che implica attenzione e godimento per un costrutto che stordisce positivamente arrivando ad una limpida, completa e soddisfacente risoluzione, riuscendo contemporaneamente a farlo per l’intera trilogia, regalandoci un ulteriore sorpresa: il film più caldo che abbia mai realizzato finora. In più di un occasione abbiamo ribadito come una delle cifre stilistiche di Nolan sia sempre stata una regia fredda, calcolatrice: esempio più eclatante Insomnia, dove diventa quasi impossibile partecipare emotivamente al climax del finale, mentre per le altre splendide pellicole resta sempre una piccola sorta di ombra dietro il gradimento.
Questa volta il ghiacchio di Nolan è molto meno solido e compatto, proprio come quello che ha un ruolo molto interessante in questo film.

Un altro punto fondamentale che è stato sancito con questa trilogia è legato al concetto di trasposizioni: siamo davanti all’ennesima prova che per ottenere il risultato migliore nella traduzione da un mezzo ad un altro, bisogna tradire.
Il tradimento dei fratelli Nolan e di Goyer, autori della storia e della sceneggiatura di tutte e tre le pellicole, è uno di quelli che invece di far torcere le budella dei fan più accaniti, si fanno amare con grande trasporto, perché ci restituisce il miglior Batman di sempre al di fuori di un albo a fumetti.

Il Bene contro il Male - Curtesy of Warner Bros. All Rights Reserved. 	Nolan costruisce uno splendido film di supereroi, sottraendo il super.
Lo avevamo già capito nei precedenti film, dove era chiaro l’intento di sfilare la mitologia (e quindi misticismi, superpoteri, paranormale et simila) senza intaccare il mito.
Maschere e costumi assurgono al ruolo simbolico e iconico all’interno dei quali emerge l’umanità, l’uomo, nella sua fisicità e nel costrutto della sua psiche, che è summa di esperienze e ambiente, sempre. C’è un motivo che spinge in una direzione.
C’è un motivo dietro i simboli. C’è un motivo dietro coloro che ne hanno bisogno e dietro coloro che li rifuggono.
Persino i “nomi in codice” dei personaggi quasi spariscono: esclusa la dicotomia Batman/Bene, Bane/Male, non sono molti altri quelli realmente dichiarati nella trilogia (ad esempio Selina Kyle non viene mai chiamata Catwoman).
Certo non mancano gli elementi “fumettosi”, ma sono tutti elementi plausibili, tecnologia o medicina che si mantengono comunque al di sotto della linea estrema, appena due gradini sotto la fantascienza e che riescono ugualmente a soddisfare e strizzare l’occhio al lato nerd (su tutti, più che i bat-gadget, sono i veicoli il regalo più grande e gustoso al geek che è in ognuno di noi).

Ma la trilogia del Batman di Nolan è fatta di persone e umanità, carne e sentimenti forti, estremi. Paura. Rabbia. Dolore. Ma anche dedizione. Sacrificio. Speranza.

Probabilmente questo si rispecchia anche nelle scelte di un regista che ad oggi, nel 2012, preferisce affidarsi molto di più ad effetti speciali “analogici”, piuttosto che ai digitali. Non che il digitale sia assente, ma è usato con armonia a fronte di ricostruzioni, modelli e scenografie, con un utilizzo estremamente narrativo della fotografia, dell’immagine così come del commento musicale (il lavoro di Hans Zimmer in questi tre film è meraviglioso, riassumibile solo con il termine di “epico”) e del montaggio.

Tutto al servizio del racconto.

Gary OldmanI personaggi che compongono l’affresco del film sono, ancora una volta, appassionati e delle sorprese.
I personaggi che arrivano dai precedenti capitoli sono evoluti ancora, cresciuti com’è giusto che avvenga in una storia che si evolve, supportati da un cast di stelle d’eccezione (possiamo dire che finalmente Gary Oldman può permettersi di avere un po’ più di spazio per il suo splendido Commissario Gordon) e le tre new entry sono più che all’altezza.

Bruce Wayne e Selina Kyle - Curtesy of Warner Bros. All Rights Reserved. 	La sorpresa è ovviamente Anne Hathaway: com’era già capitato con Heath Ledger le perplessità per la scelta del ruolo erano enormi.
Eppure, per quanto improbabile sembrasse, la Hathaway ci regala una Selina Kyle magnifica: benché risulti il personaggio meno tridimensionale della saga, riesce a restituirci qualcosa di intrigante, una carica di femminilità incredibile e semplicemente deliziosa che fa pensare a dive d’altre epoche. Permetteteci di scomodare il termine Audrey Hepburn dei giorni nostri, dai capelli lunghi e capace di offrire spessore al personaggio solo grazie alle gradazioni emotive del suo volto e dei suoi grandi occhi.
Tom HardyIl Bane di Tom Hardy, seppure come si diceva con tutti i tradimenti del caso, è più Bane dello stesso Bane originale (a cui non mancano comunque di restituire elementi fondanti della sua mitologia fumettistica, come l’immagine principe per cui è noto). Nato con uno scopo preciso, fumettisticamente parlando, Bane era a tutti gli effetti l’anti-Batman. Terminato il suo ruolo con la fine della saga di Knightfall (con i seguenti Knightquest e Knightend), il personaggio di Bane, anche se rimasto in giro nel mondo di Batman e nell’universo DC, ha perso il livello di nemesi, diventando forse un po’ troppo scomodo.
Il Bane che vediamo sullo schermo, anche privato del famoso steroide Venom, sembra portare in scena l’essenza del Bane originale, spingendosi persino oltre e dandoci la possibilità di ammirare cosa sarebbe potuto essere se espresso in tutta la sua possenza.
Il Bane di Tom Hardy e Christoper Nolan fa estremamente e radicalmente paura.

Joseph Gordon-LevittPoco possiamo permetterci di dirvi di John Blake, interpretato da Joseph Gordon-Levitt, a meno di farvi spoiler. Possiamo solo parlarvi bene di un attore che ha tutte le carte in tavola e i numeri per costruirsi una carriera interessante e regalarci molte sorprese, proprio come l’intrigante personaggio che ci offre in questa pellicola.

Il resto dei personaggi a corollario non sono un insieme di comparse o decoro, ma ci offrono un vero e proprio coro greco, offrendoci un affresco di drammi autentici che restituiscono forza e struttura a tutto il resto. Piccole perle e piccole interpretazione che sapranno regalarvi momenti di grande intensità all’ombra delle grandi vicende dei protagonisti.

Non possiamo tralasciare i molti riferimenti in chiave di metafora della crisi attuale. Il film si interroga sul concetto di “libertà” parola che può assumere i connotati di una gabbia ancora più solida di quelle più evidenti (avete presente molte delle conseguenze delle dure leggi antiterrorismo post 11 settembre?).
Abbiamo un ribaltamento del Marvelliano “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Senza la paura, senza la volontà, la speranza diventa uno spettro, un limite, un’ancora. La scusa perfetta per l’immobilità e per accettare un destino che schiaccia nel subire. Una corda che ti impedisce di compiere il tuo vero salto.
E allora non i poteri che danno responsabilità, ma la responsabilità che ti consegna il potere di agire, di reagire. Ma soprattutto quello di rialzarti.

Deshi! Deshi! Basara! Basara!

L’eroe un simbolo e la maschera qualcosa sotto la quale chiunque potrebbe nascondersi.

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