Tra tweet e chips, cinquant’anni di Doctor Who


Ieri sera c’eravamo: sabato 23 Novembre 2013 dalle 21 in avanti con tutti e sei i nostri occhi incollati su Rai 4. Con una mano sul cellulare per seguire i tweet e l’altra immersa nell’insalatiera stracolma di patatine. Senza concederci all’entusiasmo dai facili spoiler raccogliamo qui al volo le nostre impressioni a caldo. Tre diverse, perché l’evento è tanto speciale che Sono Cose Serie deve farsi (almeno) in tre.

Paolo dixit: “la quadratura del cerchio di 50 anni di diametro”

SonoCoseSerie per DoctorWho 50enarioUn pezzo di storia. Quello che è capitato ieri sera, 23 novembre è un pezzo di storia della televisione. Una di quelle cose per cui un giorno avrai il piacere di dire “io c’ero”. E non per un solo motivo. Primo tra tutti un anniversario incredibile, festeggiare i 50 anni della più longeva serie fantascientifica mai creata. Anniversario più importante di quanto non si pensi: un anniversario che festeggia la meraviglia, che festeggia quella che probabilmente è una delle fonti di ispirazione di tantissimi autori che hanno cambiato il mondo della narrazione seriale (è un caso che alcuni grandi scrittori Inglesi che hanno cambiato il modo di vedere e scrivere il fumetto americano, gente come Alan Moore o Warren Ellis, tra i loro esordi abbiano episodi del fumetto del Doctor Who?), che festeggia un modo di raccontare (ma anche l’atto stesso del raccontare), la serialità, che ha dimostrato di poter travalicare il tempo e le generazioni.
Non poteva farlo che una serie che del tempo fa il suo cuore.

È bello per una volta che si abbia avuto la possibilità di partecipare ad un evento simile anche qui da noi, dove il Doctor Who è stata per anni un incomprensibile assenza.

Sappiamo benissimo che il popolo di internet è già lì, alla carica con il suo violento pessimismo, alla ricerca di tutto ciò che non lo ha soddisfatto, tutto ciò che sarebbe potuto essere meglio. Quando invece quello che proprio questo speciale dimostra e mette in scene è permettamente coerente con la sua missione. Non abbiamo assistito ad un finale di stagione o ad uno snodo importante come altri speciali ci avevano abituato. No.
Abbiamo assistito alla celebrazione di un personaggio, di una storia e di un racconto lungo 50 anni. E lo abbiamo fatto ricevendo quello che avremmo dovuto ricevere: meraviglia.

Abbiamo riso. Abbiamo pianto. Abbiamo goduto per le idee narrative “clever“, come direbbe lo stesso dottore, di cui lo special è infarcito. E lo abbiamo festeggiato come si deve. Con l’animo di bambini di 8 anni in fregola la vigilia di Natale.
Moffat ha confermato la sua grandezza e ci ha fatto un grande regalo, con il cuore e lo stesso entiusiasmo che ha cercato di regalare al suo pubblico.
Qualche sbavatura? Provateci voi a far quadrare un cerchio che viene disegnato da 50 anni, poi ne riparliamo…

 

Michelangelo dixit: “nel giorno del Dottore vincono tutti, anche Rai4”

Tom Baker con il cameo per il cinquantenarioLa vigilia è stata meglio di qualunque finale sportiva, meglio della finale del Superbowl o di Inghilterra Vs Italia di fantozziana memoria, mista ad un’aria dal profumo squisitamente festoso, tra Natale e Capodanno.
Il Giorno del Dottore non tradisce e non delude, raccontandoci una storia difficile, uno snodo fondamentale nella timeline del Doctor Who che parte da molto lontano, con tre protagonisti (David Tennant, Matt Smit e John Hurt) che già presi singolarmente varrebbero un’intera stagione e che interagiscono tra loro in maniera sublime, regalandoci momenti che rimarranno impressi per sempre nella storia della serie. E questo senza considerare la presenza (virtuale o meno) di tutti gli altri attori che hanno prestato il loro volto al personaggio. Sì avete letto bene e vale la pena ribadirlo: tutti gli attori, nessuno escluso. Lasciatemi citarne uno in particolare, della serie classica, tra i miei preferiti di sempre, nemmeno tanto velatamente preannunciato da un famosissimo capo d’abbigliamento indossato da un personaggio secondario, che nel finale dello speciale fa la sua comparsa in carne ed ossa e regala un folle quanto toccante cammeo. Roba che il cuore prima te lo fa fermare per qualche secondo e poi te lo scalda.

È assai complicato raccontare di più senza svelare qualcosa della trama, ma chi l’ha visto si sarà meravigliato di come il cerchio si chiuda quasi perfettamente nel recupero totale, da parte di Steven Moffat, di tanta della mitologia della serie classica quanto dell’ultimo arco narrativo: in particolare quello di Russel T. Davis che, nella nuova gestione, sembrava essere stato volutamente dimenticato.

The Day of The Doctor inizia dalla notte ed un dottore in particolare (vera sorpresa di questo cinquantenario) e per togliere quel quasi dal paragrafo precedente, sarebbe dovuto finire con un altro dottore che non si è presentato alla chiamata sul set… peccato! Ma possiamo dire che Moffat una soddisfazione se l’è tolta comunque:

Non finirò di ringraziare Rai4 per averci regalato questo evento straordinario, in contemporanea con il resto del mondo, per il coraggio dimostrato nel raccogliere, senza spocchia, la richiesta del popolo di internet che chiedeva a gran voce questo speciale in tv e per il tentativo (ahinoi, non riuscito) di farcelo avere con il doppio audio: fa davvero ben sperare per il futuro della televisione italiana! Spero tanto di leggere, nei prossimi giorni, di anomalie nei dati auditel, magari a causa di wibbly wobbly, timey wimey stuff.

 

Matteo dixit: “Moffat ruba la pistola a Čechov e ci impallina noi”

spv_day_doctorÈ impressionante come Moffat, showrunner della serie e autore dello speciale, maneggi l’arte del narrare seriale con una lucidità che rasenta la spietatezza. Confesso che ci sono momenti in cui i meccanismi ad orologeria sembrano anti-empatici e evidenzino quasi un freddo distacco (l’opposto del Doctor Who firmato Russel T. Davis, mi verrebbe da dire). Tuttavia, come ogni fascinoso maledetto talento, non puoi far a meno di cadere nei suoi tranelli, piangere quando ti chiede di farlo, ridere a comando, come se potesse piegarci ai suo volere. “Come se potesse”: piuttosto, lui può, punto e basta. Un esempio di come sia maestro maledetto dell’uso classico e creativo delle tecniche narrative nello speciale ce ne sono diverse. Ad esempio è evidente in come usa la “pistola di Čechov”. Senza spoiler, posso evidenziarne la struttura d’uso.

Moffat ci presenta l’elemento di cui ha bisogno in modo evidente e senza tentare di nasconderlo e poi lo usa proprio come ce l’aspettiamo (perché, insomma, ormai che la pistola del buon drammaturgo russo spari, lo sappiamo tutti). Un colpetto, quasi a salve. Ma poi, sai che fa? Ricarica e la usa nuovamente: stesso elemento, stessa funzione, contesto diverso. E tu ti senti preso in contro piede e intravedi un disegno più grande che non ti aspettavi. Ma quando – bang! – preme una terza volta il grilletto, sei impietosamente impreparato. Nello speciale, lo fa almeno due volte con elementi diversi che fa convergere in un finale ineluttabilmente solido. Genio.

 

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