La nostra recensione della serie tv Bridgerton è stata l’occasione per poter intervistare alcuni doppiatori che hanno partecipato all’adattamento italiano, come i fratelli Alessandro e Federico Campaiola (rispettivamente le voci italiane di Benedict e Colin Bridgerton) e Jacopo Venturiero (nei panni vocali del protagonista Simon Basset) del quale vi proponiamo qui l’intervista.

Jacopo, una prima domanda per sciogliere il ghiaccio: Sono Cose Serie parla di serialità a 360°, qual è il tuo primo ricordo seriale? (serie tv, fumetti, saghe filmiche o letterarie) 

Da piccolo avevo la mania per Diabolik, in particolare per i primi numeri, quelli della seconda ristampa: i disegni mi piacevano molto di più. Ero anche un appassionato di 007, ho ancora tutta la collezione in VHS. 

In età adulta, invece, c’è stato un vero e proprio spartiacque, oltre il quale non sarebbe più stato possibile tornare indietro: la visione, qualche anno più tardi dalla sua uscita, di Breaking Bad! Capolavoro! 

Il tuo primo amore è il teatro, ma a questo nel tempo hai affiancato diversi mestieri legati alla figura dell’attore. Per quanto riguarda il doppiaggio si tratta di una carriera che hai intrapreso piuttosto recentemente e, a differenza di molti tuoi colleghi che abbiamo intervistato in questo ambito, sei tra i pochi che in questi anni ci si sono approcciati direttamente in età “adulta”: scelta, necessità o caso?

ELETTRA – 2016 (foto di Maria Pia Ballarino)

Non c’è una sola risposta a questa domanda. Ho sempre cercato di allargare il mio raggio d’azione verso più ambiti, facendo radio, audiolibri, letture… ma  il doppiaggio, nonostante mi incuriosisse quando ero più piccolo, era un obiettivo impossibile da perseguire appena uscito dall’Accademia. Soprattutto all’inizio, ma poi anche una volta iniziato, devi essere sempre disponibile, mentre io ho cominciato ad andare in tournée praticamente subito, a 22 anni e stavo fuori per mesi (cosa impensabile oggi, e non certo per il COVID-19).

Mi sono affacciato con più determinazione al doppiaggio anni più tardi, nel 2016, proprio quando il lavoro a teatro era diminuito considerevolmente, quindi sì, in questo caso una mia antica passione si era trasformata in necessità. Come credo sia accaduto a numerosi altri attori prima di me, d’altronde.

Abbiamo avuto modo di vedere diversi prodotti in cui hai prestato la voce e possiamo dire che il tuo lavoro è sempre di grande professionalità, oltre al fatto che metti in scena un timbro vocale che lascia il suo segno. Qual è il tuo rapporto con la voce? Quali sono le dinamiche di un mestiere in cui “presti” la recitazione ad un altro volto?

Innanzi tutto vi ringrazio. Quello della voce è un vecchio mito che è importante sfatare, per non incorrere in pericolose incomprensioni, da parte di chi svegliandosi una mattina decide, siccome “ha una bella voce”, di mettersi a fare doppiaggio. La voce, come per il teatro e il cinema, non ha niente a che fare con il mestiere del doppiatore, saper recitare ha a che fare con il mestiere del doppiatore. Certo la giusta emissione, la dizione, l’articolazione e un uso corretto del proprio strumento sono essenziali, ma non più di quanto non siano essenziali per uno scrittore il corretto uso dei verbi e la padronanza della consecutio, ma non è sufficiente, no? E poi la caratteristica di questo lavoro è proprio avvicinarsi il più possibile all’originale, cambiando anche voce a volte. Ricordiamoci che questo è un servizio (non per questo più facile, anzi), ma pur sempre un servizio. Il lavoro di creazione l’ha già fatto da un altro. 

Conoscendo le dinamiche moderne del doppiaggio, sappiamo che ormai è norma spesso non avere una visione d’insieme del prodotto su cui lavorate: vi vengono dati dettagli sul vostro personaggio e sulle singole scene e poco altro. Che tipo di criticità ti creano simili condizioni? O forse, in alcuni casi, il non avere una visione d’insieme può essere un vantaggio (quando magari il prodotto, diciamo, è meno “pregiato”)? O magari invece tu ti sei ritrovato in dinamiche differenti?

Quella di non sapere nulla di ciò che fai è qualcosa a cui, purtroppo, mi sto rassegnando. Perché è così e basta. A volte neanche il titolo o il regista ti dicono, per questioni di privacy…una follia! Ricordo che, la prima volta che mi è stato affidato un ruolo importante, chiesi di vedere il film prima di cominciare… che ingenuo! Mi hanno guardato come si guarda uno strano uccello tropicale. Dal mio punto di vista avevo fatto una richiesta semplice e scontata, ma evidentemente non era così. Se pensi che di alcuni titoli molto importanti vedi solo il volto del tuo attore indicato da un cerchietto e solo mentre parla, tutto il resto è nero… figuriamoci se possono farti vedere l’intera pellicola… 

Non conoscere il film prima di doppiarlo, comunque, non vuol dire che il lavoro verrà male, ma avere più informazioni possibili secondo me è sempre meglio.

Probabilmente, proprio parlando del colore della tua voce, è inevitabile non notare come ti sia ritrovato affiancato anche ad un certo tipo di produzioni più “rosa” e con un nutrito fandom: hai doppiato il personaggio di Christian Grey nelle 50 sfumature di Nero e Rosso e recentemente Simon Basset in Bridgerton. Questa cosa ti ha portato in qualche modo in contatto con i fan di questi prodotti? E che effetto ti fa questa associazione?

Regé-Jean Page, l’interprete di Simon Basset in Bridgerton

In realtà gli esempi citati sono gli unici di questo genere e costituiscono una breve parentesi, non rappresentativa del mio percorso; mi affiancano molto spesso ad attori di colore o personaggi ispanici (visto che parlo anche lo spagnolo) questo sì, forse per via di una voce scura e un po’ graffiata, non saprei, anche se non ho la classica voce profonda di molti di questi attori e la cosa mi crea non poche ansie, quando al leggio sento “le profondità” di alcuni di loro. 

Mi hanno scritto in tanti in questo periodo, sì… quando mi fanno i complimenti o lasciano un commento mi fa molto piacere, rispondo con molta riconoscenza, è bello sapere che questo lavoro lo stai facendo per qualcuno (venendo dal teatro, il rapporto con la platea manca), ma quando chiedono di mandare un vocale con la voce del loro personaggio preferito, io provo sempre un certo imbarazzo. La questione dell’attore juke-box a disposizione per farti le “voci” non la capisco proprio. Il doppiaggio disgiunto dalle immagini non ha senso, a meno che tu non faccia “paperino”, cioè una caratterizzazione inconfondibile. Non so, ma io non mi sognerei mai di chiedere al mio cantante preferito di mandarmi un vocale dove mi accenna quella strofa, mi vado a riascoltare il pezzo. O no?

C’è qualcosa in cui ti sei trovato più coinvolto in ambito di doppiaggio, magari qualcosa in cui ti sei sentito più affine, o per te resta un mestiere?

Sono sicuramente più legato a quei film dove è stato possibile lavorare tanto, con direttori bravi ed esigenti, capaci di guidarti, con il tempo per farlo, in film belli e recitati da Dio. È ovvio che uno si senta più coinvolto nelle cose fatte bene, perché il proprio lavoro acquisisce un senso e ti senti di aver contribuito a qualcosa di importante, di aver reso al meglio il tuo servizio.

Detto questo, trattandosi pur sempre di un mestiere, bisogna cercare di mettere la stessa dedizione in ogni cosa.

Come attore hai partecipato a diversi prodotti per la tv e anche ad una serie di un certo prestigio come Suburra, trovandoti a recitare su personaggi “seriali”. Com’è il tuo rapporto con la serialità? Come ti trovi a portare avanti lo stesso personaggio per lungo tempo e in evoluzione?

SUBURRA – 2019

Per Suburra non ho lavorato tanto, tra la seconda e la terza serie saranno stati 20 giorni al massimo, ma molto diluiti nel tempo. Questo mi ha permesso di preparami a lungo e di continuare ad approfondire anche durante le riprese. Per un perfezionista come me avere così tanto a disposizione è un regalo dal cielo, davvero. A me il tempo non basta mai, sarei capace di iniziare a prepararmi oggi per un lavoro che inizia tra un anno!

Sempre in termini di serialità, ma di tutt’altro genere: ti è capitato di iniziare a prestare la tua voce allo stesso attore in più di un’occasione (pensiamo ad esempio John David Washington o Scott Eastwood). C’è qualche differenza per te nel tornare a “calzare” lo stesso volto e in qualche modo alle precise modalità di quello specifico attore, oppure l’approccio è sempre e comunque rivolto al singolo personaggio a prescindere dall’interprete?

Mutuando Guzzanti, la seconda che hai detto, poi se un attore è ogni volta uguale a se stesso è un altro discorso, ma allora vuol dire che non è un buon attore.

Quali sono le cose che per te, per la tua personale visione dell’attore, fanno la differenza tra “mestiere” e “passione”? La differenza la fa il “terreno di gioco” (teatro/doppiaggio/cinema e tv), i temi affrontati, il livello di sfida della performance o un insieme di questi? E quali sono i meccanismi peculiari che rappresentano le differenze più sostanziali del prestare le proprie doti attoriali al doppiaggio, al cinema o al teatro, per quanto ti riguarda?

Foto di Francesco Ormando

Come attore è impensabile disgiungere la passione dal mestiere, non è un tipo di lavoro, questo, che si può fare senza passione, non ha alcun senso. E mettere più passione in alcune produzioni e meno in altre non è affatto professionale, vuol dire che nelle seconde non abbiamo lavorato come avremmo dovuto. Mi spiego? Non parliamo di un lavoro d’ufficio, non è meccanico. Il nostro strumento siamo noi e dobbiamo essere sempre disponibili e aperti ad agire come il personaggio nelle circostanze della storia.

Per quanto riguarda le differenze tra i diversi ambiti, come ho detto, il doppiaggio si differenzia dal teatro o dal cinema perché il lavoro è stato già fatto da un altro attore, e il compito del doppiatore è quello di tradurre tecnicamente uno spartito molto rigido già esistente, ricreandolo in un certo senso. Ma quello che dobbiamo fare è già sullo schermo. Non dobbiamo inventarci nulla. L’esatto opposto del teatro o del cinema, dove partendo da un testo scritto, bisogna dare vita a dei personaggi reali, che non esistevano prima di quel momento. Un lavoro di creazione lungo ed entusiasmante. Oltre alle altre ovvie differenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Tornando al teatro, al di là delle ovvie differenza nella recitazione, nel rapporto con il pubblico e tutto ciò che ruota attorno al calcare un palco, cosa significa per Jacopo Venturiero?

Il Teatro per me è dove tutto è iniziato, è la mia storia ed è da dove vengo, è la forma d’arte più completa e viva, che accade sotto gli occhi di un pubblico per la prima volta e poi scompare. Che posso dire? Il Teatro fatto bene (sempre più raro, eh) è davvero un’esperienza misteriosa e catartica, antica quanto l’uomo… non ha certo bisogno, qui, della mia arringa.

Come ti vedi da qui a 10 anni?

Vivo, spero (già un bell’obiettivo) e poi mi auguro di continuare a fare questo mestiere, altro obiettivo tutt’altro che scontato.

C’è qualcosa che vorresti segnalare al pubblico di Sono Cose Serie? Progetti futuri, cose in cui sarai coinvolto o magari dove possono seguirti e informarsi, magari in attesa di un auspicabile ritorno alla normalità e scoprire se e come vederti sul palco?

È appena uscito su Netflix Malcolm & Marie, con Zendaya e John David Washington, a cui ho di nuovo prestato la voce. È stato un grande lavoro per il quale devo ringraziare Netflix e Marco Guadagno. 

Sul mio profilo Facebook e Instagram, in ogni caso, pubblico sempre le cose più importanti. 

Per quanto riguarda i progetti futuri, beh… speriamo di rivederci presto in teatro!


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