Cliffhanger!

Se siete cresciuti tra gli anni ’80 e i ’90, una delle prime, inevitabili cose che questo termine vi accenderà nella testa è un Silvester Stallone in magliettina grigia appeso ai costoni più impensabili e a tirar giù gente dalle rocce.

L’Ultima Sfida era l’inevitabile sottotitolo italiano di questo action del ’93 in tipico stile Stalloniano ambientato sulle montagne rocciose (del Trentino e zone limitrofe, visto che gli americani le loro di rocce non le ritenevano sufficientemente sceniche). Cliff – Hanger: traducibile come “appeso ad un precipizio“. Perfetto per il suddetto film e per l’omonimo attrezzo per le scalate.

Perfetto anche per l’uso ormai diventato di pubblico dominio che si fa di questo termine nella serialità. Per cliffhanger si intende quella situazione per cui il racconto viene interrotto nel pieno di un colpo di scena o di un momento molto forte a due passi dalla sua risoluzione. Detto volgarmente, sul più bello.

E’ una tecnica storica, fondamentale del racconto in più puntate.
Era spesso un elemento fondante del feuilleton, i romanzi a puntate di fine ottocento resi poi famosi nei secoli soprattutto grazie a Dumas padre e i suoi I Tre Moschettieri o a Hugo e i suoi I Miserabili. Lo scopo è palese e immediato: “costringere” il lettore a seguire, e quindi pagare, il prossimo episodio.

L’uso del termine in accezione tecnica arrivò al primissimo cinema, quello a cui ci si rivolgeva proprio serialmente, quando ci si accorse che questo bizzarro stratagemma — molto usato dagli allora pulp magazine e dai racconti sui giornali — poteva dare i suoi frutti.

L’animo seriale del cinema pian piano si esaurì con la diffusione della televisione ma si trasferì proprio negli apparecchi a tubo catodico (senza scordarsi la lunga parentesi radiofonica). Qualche traccia di uso del cliffhanger rimane ancora nel cinema, soprattutto con la ribalta delle saghe. Escluse quelle son poche le occasioni cinematografiche di chiusura con il cliffhanger: spesso grazie ai redivivi mostri horror e qualche altro caso isolato (a volte destinato a non avere neppure un seguito). Una menzione speciale per mamma Marvel con le scenette dopo i titoli di coda: cosa sono quelle se non dei piccoli, furbissimi cliffhanger?

batman

Ce la farà? Lo scoprirete nel prossimo bat-episodio!

Ecco quindi l’immagine dell’uomo appeso allo strapiombo: si salverà? Precipiterà? Non so voi, ma a noi quest’immagine partorisce immediatamente un Batman in pancetta e un Robin foriero di gosh!, manco fosse Pippo, legati a qualche terribile marchingegno il cui scopo è quello di eliminarli definitivamente (magari trasformandoli in enormi francobolli da far svenire una appassionato filatelico) mentre una voce ci annuncia di farci trovare pronti per il prossimo bat-episodio sul medesimo bat-canale.

La differenza la fecero gli anni ottanta, dove l’uso di questo espediente narrativo quasi scomparve e la maggior parte delle serie tv americane si chiudeva ad ogni singolo episodio. Certo, avevi ancora voglia di stare in compagnia dei tuoi beniamini, ma senza quel terribile patema d’animo a cui presto ci avrebbero abituato.

Ed arrivarono gli anni novanta. Qualche primo “timido” tentativo, poi i famosi finali di stagione: puntate doppie spezzate a metà che ti lasciavano col fiato sospeso per un’intera estate!
Il danno era fatto e si era solo all’inizio. Con l’era moderna le serie tv sono tornate ad essere tutte serie.
Anche le più insospettabili hanno ormai almeno una sottotrama che si dipana nel corso della stagione o delle stagioni.
Il cliffhanger è un must, un ingrediente fondante e diffusissimo che diventa un’arma fondamentale nella lotta per l’audience tra le reti che, anche grazie all’aumento dell’offerta di canali tematici promosso dal digitale terrestre, programmano una quantità spropositata di serial tutto l’anno.

Per le soap opera e le telenovela il cliffhanger è assolutamente una tappa: l’episodio deve finire in un cliffhanger, alla ricerca del quale non si lesina in parentele inaspettate, ritorni dalla morte e perfidie estreme.

È facile trovare quindi in queste produzioni quello che si chiama effetto cliff-hanging, cioè la spasmodica caccia al cliffhanger con un suo sostenuto abuso.

Adolfo Margiotta e Massimo Olcese nello schetch Chiquito y Paquito, trasmesso all’interno del programma Avanzi nel 1993, ne condensano diversi in un solo episodio.

Ma il cliffhanger è un elemento subdolo che ormai ci domina in molti ambienti, dal fumetto alla letteratura, passando per la tv e la rete.
Cosa sono, se non cliffhanger, i teaser, gli spot e i vari viral video con cui siamo ormai costantemente bombardati per attirarci a visitare ancora una volta le sale cinematografiche o magari il prossimo serial di corvée?
Quale sarà la sua prossima incarnazione in attesa per noi?

Diciamola tutta, l’arte del cliffhanger, quando non è usato a sproposito o con mezzi di quart’ordine (cosa purtroppo anch’essa ampiamente diffusa), è una tecnica crudele. Ma in fondo, ammettiamolo, siamo tutti un poco masochisti.

 


Qualche esempio di Cliffhanger? Vai all’appendice su questa tecnica seriale.

Ultimo aggiornamento: 8 Agosto 2017.

5 pensieri su “Cliffhanger!

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