Serialità dalla A alla Z – W come Web Serie

Oggi il concetto stesso di web serie sta completamente cambiando: tecnicamente, dall’avvento di Netflix, seguita a ruota da Amazon Prime, Hulu, VVVVID e  tutti gli altri portali per lo streaming video legale, ovvero il nuovo trend che ha trasformato internet e l’on demand digitale nell’intrattenimento video del futuro, ci troviamo in un limbo terminologico.

Serie Tv e Web serie sono due termini che hanno finito per mescolarsi tra loro, perdendo quasi completamente tutto quel bagaglio di significati e sensi impliciti che si associavano al loro significato letterale.

Serie tv in qualche modo ha oggi soppiantato il  termine “telefilm” perché il livello qualitativo dell’intrattenimento seriale ha alzato la sua asticella al punto che il pubblico sentiva l’esigenza di utilizzare una definizione diversa: “telefilm”, fondamentalmente legato ad un immaginario principalmente anni ’70 e ’80, non sembra più adeguato per definire prodotti che rivaleggiano con il cinema di alto livello.

Stessa cosa sta succedendo al concetto di Web serie. Se è vero infatti che tutte le produzioni originali Netflix, ad esempio, siano in senso letterale delle web serie, cioè oggetti narrativi seriali prodotti e distribuiti direttamente per il web, risulta quasi una stonatura definirle in questo modo.

TRE CATEGORIE

La natura della webserie “prima” faceva riferimento soprattutto a tre tipologie di prodotto: l’esperimento, la pubblicità e l’amatoriale.

Con “esperimento” intendiamo tutte quelle produzioni di carattere professionale, realizzate da studios che operavano in altri ambiti della produzione video (da produttori di serie tv a cinematografici) e che spesso coinvolgevano attori professionisti, a volte anche famosi, per realizzare miniserie sul web, quasi sempre con l’intento di testare un eventuale interesse del pubblico per una nuova produzione. È il caso di un serial come Sanctuary, creata da Damian Kinder, autore di Stargate Atlantis e SG1, il cui successo ha permesso di realizzarne una serie vera e propria su SyFy.
Più raramente la web serie per realizzare qualcosa che difficilmente avrebbe trovato altro spazio, come ad esempio The Confession, interpretata da Kiefer Sutherland – che l’ha ideata – e John Hurt.

Con “pubblicità” ci troviamo esattamente nello stesso caso di prima, con la sola differenza dello scopo (e tendenzialmente anche del budget): queste webserie hanno lo scopo di pubblicizzare un qualche tipo di prodotto, come è successo con la serie The Hire per la BMW, o a volte per tenere calda l’attenzione su un serial televisivo: emblematico caso delle miniserie per il web di Battlestar Galactica o Heroes)

Nell’ultima categoria invece rientra tutta la produzione di semi professionisti, non professionisti o aspiranti tali, la cui qualità è assolutamente variabile, e il cui scopo è nella maggior parte dei casi quello di mettere in mostra le proprie capacità nella speranza di fare un salto produttivo. In questo caso entriamo in un universo estremamente variegato dove si può passare da chicche di notevole originalità a prodotti che farebbero impallidire la Telenovela Piemontese di gialappasiana memoria.

Per quanto ci riguarda, per noi rientra in quest’ultima categoria anche The Lady di Lory Del Santo. Anzi, forse The Lady meriterebbe una sua categoria a parte

SONO COSE SERIE CONSIGLIA…

Come al solito le possibilità per il consiglio seriale sono spropositate ed eviteremo di consigliare per l’ennesima volta Dr Horrible Sing a Long Blog.

La nostra scelta cade su The Power Inside, un progetto per una webserie interattiva prodotta da Intel e Toshiba nel 2013 (la loro terza produzione simile dopo The Beauty Inside e Inside). Perché vederla? Due ragioni: Harvey Keitel e la trama, ovvero baffi alieni invadono la terra per colonizzare le nostre facce. Serve altro?

 

 


Questo articolo è un’appendice alla settima stagione radiofonica su RadioOhm.

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